“In queste grandi solitudini Manuela Vallicelli ha addomesticato il vento, il cielo e le montagne.”
“In these great solitudes Manuela Vallicelli has tamed the wind, the sky and the mountains.”
Luca Scacchi Gracco
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Testo di Manuela Vallicelli per la mostra personale, a cura di Marcello Landi, presso la Galleria Laboratorio Dis-ORDINE di Ravenna.
Dal 14 Giugno al 19 Luglio 2025
Sincronie
Ogni paesaggio è un incontro.
Un incontro tra ciò che vediamo, tra l’attimo presente e una sensazione antica, tra un luogo reale e uno interiore. In questa mostra, il paesaggio non è semplice rappresentazione del mondo esterno, ma un campo sensibile in cui si sovrappongono tempi, emozioni e memorie.
Sincronie è il titolo che tiene insieme queste stratificazioni, sincronie come accordi, come coincidenze temporali, come dialoghi silenziosi tra ciò che accade dentro e fuori di noi. Ogni quadro diventa una finestra su un tempo non lineare, fatto di paesaggi, di cicli, di pause e risonanze.
La pittura, con i suoi colori, le sue trasparenze e densità, diventa linguaggio per raccontare l’invisibile: la luce che cambia, il silenzio che si deposita su un orrizzonte, l’eco di un luogo già visto ma forse mai stato. I paesaggi, pur nella loro apparente quiete, contengono il movimento della vita, l’onda del vento, la vibrazione dell’aria, il respiro del tempo.
Sincronie è anche un’invito a rallentare lo sguardo. Le opere esposte non offrono risposte, ma aperture. Spazi in cui ogni spettatore è chiamato a ritrovare la propria sincronia con il mondo, con la natura, con il tempo che scorre dentro di sè.
In un’epoca dominata dall’urgenza e dalla velocità, Sincronie ci ricorda che ogni paesaggio, ogni immagine, può diventare un tempo sopseso. Un luogo in cui abitare, anche solo per un istante.
Synchronicities
Every landscape is an encounter.
An encounter between what we see and what we remember, between the present moment and ancient sensation, between a real place and an inner one. in this exhibition, the landscape is not a simple representation of the external world, but a sensiyive field where times, emotions, and memories overlap.
Synchronicities is the title that holds these layers toggether, synchronicities as harmonies, as temporal coincidences, as silent dialogues between what happens inside and outside of us. Each painting becomes a window onto a non-linear time, made of transitions, cycles, pauses, and resonances.
Painting, with its colors, its transparencies and densities, becomes a language to speak the invisible: the changing light, the silence that settles on a horizon, the echo of a place already seen, yet perhaps never visited. The landscapes, despite their apparent stillness, contain the movement of life, the wave of the wind, the vibration of the air, the slow breath of time.
Synchronicities is also an invitation to slow down the gaze. The works on display do not offer answers, but openings, spaces where each viewer is invited to rediscover their own synchronicity whit the world, whit nature, with the time that flows within.
In a era dominated by urgency and speed, Synchronicities reminds us that every landscape, every image, can become a suspended time, a place to inhabit, even if just for an instant.
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Testo di Sabina Ghinassi per la mostra personale, a cura di Margherita Maccaferri, presso la Galleria BoA Spazio Arte di Bologna.
Dal 28 Marzo al 26 Aprile 2025
Altrove
La storia, in Occidente, procede attraverso la ricerca del nuovo, costruisce e demolisce, fingendo una risolutezza immemore; in Oriente, al contrario, si procede per sedimentazioni; il passato resta con le sue polveri addensate, da quello si costruisce e si procede; in Occidente si esalta l’ individuo, in Oriente si abbracciano comunità, antenati, spiriti e sciamani. Il mondo della pittura di Vallicelli si pone sul confine liminale di questi due sentimenti del mondo. Li mette in equilibrio, accordandoli lieve e puntuale; li accoglie dentro di sé attraverso un gesto che si fa tocco grave e prezioso sulle cromie liquide e luminose; freme, si traveste da dramma, affonda nel caos in carezza dissolta; accelera, si ferma, oscilla tra una discesa incantata nel Maelström e un volo ad ali spiegate in mezzo a cirri e nembi. Dipinge un “altrove”.
Altrove è questo ciclo di opere: paesaggi pulviscolari e insieme acquei che travolgono e ammaliano come un canto di Sirene, lasciando affondare lo sguardo in un momento di genesi primordiale, di fini e inizi che coincidono e si prendono per mano e si rincorrono ridendo. L’artista mette in scena attimi di metamorfosi tra forma e non forma; intercetta fragili volute, profili increspati, graffi, insenature, materie soffici e aeree, albe e tramonti che si inseguono imbevendo di luce il cielo, terre forse, dalla caducità molecolare, frammenti di meteore luminose mescolati a ricordi di quando era bambina. Sensucht: un preciso sentimento del mondo nella sua inafferrabilità e bellezza.
Qui lo spazio è fattuale e ipotetico, lontano da certezze ontologiche, instabile ed emulsivo, inafferrabile e, proprio per questo, perturbante e vicino al sublime. È soglia sulla quale sostare cercando di non farsi inghiottire, mantenendo un equilibrio precario, da funambolo coraggioso, lasciandosi ad un tempo penetrare da quella eternità metastorica che tutto sovrasta. Che annulla ogni limite e ne afferma la non esistenza. E Vallicelli segue la soglia con pennellate avvolgenti e vitali; accetta l’imprevisto (o finge di accettarlo), lo lascia addensarsi lieve e palpitante; è ad un tempo lenta e veloce, disciplinata e agerarchica; compone la sua sinfonia di mondi e cosmi probabili, di trasalimenti galattici, di aurore boreali e accadimenti simultanei. Accoglie l’assoluta incertezza di confini e di orizzonti dello sguardo, dà corpo a luoghi che non si possono ridurre né a una definizione razionale, né a uno sfruttamento funzionale. Sono completamente a tecnologici loro: non devono servire a nulla. Sono luoghi imprevedibili che partecipano dell’aria e dell’immateriale, fatti della stessa materia dei sogni. Vallicelli gioca, alle volte: dissemina indizi: cartografie raccolte e poi dimenticate, diventate Altrove. Un Altrove-entanglement sublime di terre e cieli, di luci e ombre: sono dune, montagne, insenature, flutti marini, deserti sottratti alla pesantezza letargica della materia. Paesaggi di materia psichica che diventano coscienza luminosa e ascendono ad altre dimensioni.
Vallicelli annota il suo viaggio e, di quelle pagine indecifrabili, consegna al nostro sguardo una traccia di bellezza incantante pronta a dissolversi e a mutare, lasciando un’impronta dolcemente incandescente sul cuore.
Elsewhere
In the West, history progresses through the pursuit of the new, building and demolishing, feigning a resolute forgetfulness. In the East, by contrast, progress is made through sedimentation; the past lingers, its accumulated dust shaping what follows. The West exalts the individual, while the East embraces communities, ancestors, spirits, and shamans.
Vallicelli’s painting exists on the liminal boundary between these two worldviews. She balances them, attuning them with subtle precision; she welcomes them within herself through gestures that become grave yet precious touches on liquid, luminous chromatic fields. Her work trembles, disguises itself as drama, sinks into chaos like a dissolving caress; it accelerates, then halts, oscillating between an enchanted descent into the Maelström and a flight with wings outstretched amidst cirrus and storm clouds. She paints an Elsewhere.
Elsewhere is this cycle of works: landscapes both dusty and aqueous, sweeping and mesmerizing like a Siren’s song, drawing the gaze into a moment of primordial genesis, where endings and beginnings intertwine, clasp hands, and chase one another in laughter. The artist stages moments of metamorphosis between form and formlessness, tracing fragile swirls, rippled silhouettes, scratches, inlets, soft and airy matter. Sunrises and sunsets pursue one another, soaking the sky in light. Perhaps these are lands with molecular transience, fragments of luminous meteors mingling with childhood memories. Sehnsucht: a precise feeling of the world in all its elusive beauty.
Here, space is both factual and hypothetical, far from ontological certainties, unstable, emulsifying, elusive. And precisely for this reason, it is unsettling and close to the sublime. It is a threshold upon which one lingers, trying not to be swallowed, maintaining a precarious balance like a brave tightrope walker, while at the same time allowing oneself to be penetrated by that meta-historical eternity that looms over all things. That nullifies all limits and asserts their nonexistence.
Vallicelli follows this threshold with enveloping, vital brushstrokes; she embraces the unforeseen (or pretends to), allowing it to gather in gentle, pulsating density. She is, at once, slow and fast, disciplined and unhierarchical. She composes her symphony of possible worlds and cosmoses, of galactic shivers, of northern lights and simultaneous happenings. She embraces the absolute uncertainty of boundaries and horizons, giving form to places that resist both rational definition and functional exploitation.
These places are utterly a-technological; they serve no purpose. They are unpredictable, partaking in air and immateriality, made of the same substance as dreams. At times, Vallicelli plays, scattering clues: maps collected and then forgotten, transformed into Elsewhere. A sublime Elsewhere-entanglement of lands and skies, of light and shadow, dunes, mountains, inlets, ocean waves, deserts freed from the lethargic heaviness of matter. Landscapes of psychic substance that become luminous consciousness, ascending to other dimensions.
Vallicelli records her journey, and from those indecipherable pages, she offers our gaze a trace of enchanting beauty, poised to dissolve and transform, leaving a gently incandescent imprint on the heart.
Testo di Margherita Maccaferri, mostra “Altrove” galleria BoA Spazio Arte, Bologna
Le opere di Manuela ci trasportano lontano, in un universo fatto di colori vibranti, schegge di luce, volumi concavi e convessi che sembrano pronti a modificarsi davanti ai nostri occhi. Un mondo di elementi che si muovono vorticosi, come in un abbraccio tra fuoco acqua vento e terra.
La biografia di Vallicelli ci racconta di una infanzia vissuta in Nigeria: i colori, i suoni e i profumi dell’Africa ritornano nella sua pittura nei colori terrosi, nei cieli infuocati, nei guizzi di chiaroscuro; un mondo che l’artista si porta dentro e che dialoga con l’altra parte della sua vita, quella che si realizza nel ritorno in Italia, a Ravenna prima e poi a Milano, dove Manuela inizia di fatto la sua attività espositiva.
Vallicelli non descrive la natura che la circonda, piuttosto racconta quella che la pervade da dentro. Guardando le sue opere ci si trova davanti a orizzonti capovolti, all’interno di forme fossili, fuori in uno spazio senza riferimenti, sotto un cielo pronto a squarciarsi.
Text by Margherita Maccaferri
Manuela’s works transport us far away into a universe of vibrant colors, shards of light, and concave and convex volumes that seem ready to shift before our eyes. A world of swirling elements, like an embrace of fire, water, wind, and earth. Vallicelli’s biography tells us of a childhood spent in Nigeria: the colors, sounds, and scents of Africa resurface in her paintings through earthy tones, fiery skies, and dynamic contrasts of light and shadow. It is a world she carries within her, one that converses with the other half of her life—her return to Italy, first to Ravenna and later to Milan, where she truly begins her exhibition career. Vallicelli does not depict the nature around her; rather, she narrates the one that inhabits her from within. Observing her works, we find ourselves before inverted horizons, inside fossil-like forms, out in a space without references, beneath a sky on the verge of rupture.
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Catalogo mostra personale “Connaturale” Galleria MonoGao21 marzo 2023
Testo di Anna Orlando :
Coerenza del segno e del gesto, non solamente nel senso dello “stile”, parola tanto necessaria in ambito critico quanto sfuggevole e antipatica.
Manuela Vallicelli non tradisce mai la sua “maniera”: fin dai primi lavori, negli anni di avvio di questo nostro nuovo secolo, un colore che ha un dichiarato filo diretto con la terra e si miscela nell’olio senza perdere la propria identità pastosa si sposa con una corsività di un gesto pittorico immediato. Forte e garbato al tempo stesso. Mai trattenuto né descrittivo; mai chiuso né didascalico.
L’immagine pare affiorare a posteriori. Dove a priori c’è il sentire.
Nell’immagine Vallicelli cerca la natura: esteriore e interiore. Vi cerca assonanze con quanto è più tangibile e condivisibile per una familiarità con il quotidiano che appartiene a tutti o ai molti.
Lo si capisce dalle intitolazioni a tele inequivocabilmente figlie di un astrattismo di matrice gestuale. Un’evanescenza (di grande bellezza e fortemente seduttiva) che però cerca uno scoglio a cui ancorarsi, una valle in cui scorrere; una rupe da cui scendere vorticosamente; un cielo in cui disperdersi nel vento.
Dalle prime naturali intuizioni dell’artista sul proprio linguaggio Vallicelli non si discosta, e procede con coerenza nell’esplorare mondi dentro e fuori di sé. Per offrirli a noi che li accogliamo, non di rado con un senso di fastidio per quanto ci toccano dentro e ci scuotono sentimenti: a riprova della presenza di una forza che nella coerenza di una gestualità peculiare e inesauribile (sebbene delicata) non perde vigore.
Text by Anna Orlando:
Consistency of mark and gesture, not only in terms of “style”, a word as necessary in critical discourse as it is elusive and unwelcome.
Manuela Vallicelli never betrays her “manner”: from her earliest works, in the early years of this new century, a color with a clear and direct connection to the earth, blending with oil without losing its dense, texture identity, is united with the fluidity of an immediate painterly gesture. Strong and graceful at the same time. Never restrained or descriptive; never closed-off or didactic.
The image seems to emerge after the fact. Where beforehand, there is feeling.
In the image seems, Vallicelli seeks nature: both external and internal. She seeks resonances with what is most tangible and shareable, throught a familiarity with the everyday that belongs to all or to many. This is evident in the titles given to canvases that are unmistakably the offspring of a gestural form of abstraction. An evanescence (og great beauty and powerful seductiveness) that nonetheless seeks a rock to anchor itself to, a valley to flow through; a cliff to descend in a vortex; a sky in which to disperse into the wind.
From her first instinctive insights into her own language, Vallicelli has not stayed. She proceeds with coherence in exploring worlds both within and otside herself. To offer them to us, who receive them often not without discomfort, due to how deeply they touch and stir our emotions: proof of the presence of a force that, in the coherence of a distinctive and inexhaustible (though delicate) gesture, never loses its strength.
Testo di Laura Facchi :
Ci sono poche persone limpide e autentiche come Manuela al mondo. La conosco da molti anni, eravamo giovanissime quando i nostri destini si sono incrociati a Ravenna e inizialmente il modo stralunato e dolce di Manuela mi era parso un costrutto teso all’accettazione da parte degli altri. Guardavo quella ragazza sporca di colore, con le braccia muscolose e la pelle di pesca con un certo strano distacco. Chi sei? Mi chiedevo, come se davanti a me avessi un essere appartenente ad un altro mondo. Diceva quello che pensava, sempre e il più delle volte il suo era un pensiero inedito e incomprensibile, non faticava a stare sola, non dipingeva per piacere ma per piacersi. Il giorno in cui, per la prima volta, sono entrata nel suo studio tutto è cambiato; il linguaggio di Manuela mi era incomprensibile perché per conoscere quella incantevole e stralunata ragazza fino a quel momento mi ero sintonizzata su una frequenza sbagliata e le sue parole mi raggiungevano monche. I suoi quadri; gli orizzonti del primo periodo, le forme della natura rimescolate dal suo complesso io interiore, la bellezza inquietante o travolgente che quel corpo umano muscoloso e bello sapeva creare era il suo linguaggio. Era il completamento della parola, era la giusta frequenza per comprendere e guardare Manuela.
Vuoi scrivere qualcosa per il mio catalogo? Mi ha chiesto qualche settimana fa. Ed è stata una richiesta che ho accolto con gioia (mi inorgoglisce farlo) e timore (non so niente di arte) e mentre cercavo di inventarmi capace di parlare di forme e colori, visioni e astrattismi, ho ricordato quel nostro primo incontro, quella fatica a entrare in sintonia, quella strana aura che circondava la ragazza che sarebbe diventata una delle mie più care amiche. Manuela è un’artista, la sua arte è lei stessa. Quella bellezza onirica che non mi stanco mai di guardare è ciò che in quel primo incontro mi era sfuggito, è l’altra metà delle sue parole.
Testo di Eleonora Savorelli :
È sparito tutto.
Orizzonti bicromi tracciano paesaggi interiori al limite del visibile. Come impressioni di un ricordo lontano, memorie di un tempo forse mai passato.
Veli che corrono leggeri sulle tele lasciando sfumature. Gli accenni del loro passaggio dipingono scenari impossibili che prendono corpo attraverso lo sguardo del fruitore che scruta, riflette, immagina mondi.
Manuela Vallicelli crea e distrugge di getto. Senza alcun disegno preparatorio, dà la vita a paesaggi essenziali, sottraendo a essi il superfluo, l’aggettivo.
L’artista realizza vedute che sono cicatrici della vita, forse imperscrutabili. Sono tratti intensi dipinti d’un fiato: il pennello non si stacca mai dalla tela, come in apnea. Esprime una necessità impellente di portare fuori dal sé precise sensazioni. L’immaginazione è qui il solo strumento per discernere le composizioni.
Nella ricerca di Vallicelli, la natura è genitrice di ogni cosa. In bilico tra realismo e astrattismo, i segni si fanno operosi alveari, torti sentieri, nubi pluriformi, corsi d’acqua dolce, venature di marmi e legni, correnti d’aria, dune spinte dal vento, nidi di uccelli, onde marine. Ciò che rimane per consentire l’analisi e la percezione delle opere è l’essenza, l’osso del paesaggio e degli organismi che lo abitano. Certe linee sembrano usare tutta la loro forza interna per evitare la dispersione di questi ultimi in essa contenuti, i quali – penso a Prometeo – invece sembrano volersi separare e affrancarsi. Vallicelli esplora il suo linguaggio artistico con l’obiettivo di mettere al mondo l’invisibile attraverso il visibile, il mistero attraverso il reale. L’espressività della sua poetica veicola la sostanza di un’impressione, che è scarna di ogni traccia identificabile con l’ambiente circostante.
Davanti agli occhi ambienti metamorfici in costante evoluzione, al pari dell’anima umana.
I veli leggeri di Vallicelli agiscono come ponti per il pensiero. Come il velo di Maya indagato da Arthur Schopenhauer, quelli dell’artista sono veli dell’illusione, che mostrano agli umani un mondo che, secondo le parole del filosofo, è “simile al sogno, allo scintillio della luce solare sulla sabbia che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure ad una corda buttata per terra ch’egli prende per un serpente”. Allo stesso tempo, nella loro fluida dinamicità, i veli consentono un’apertura verso il mondo reale, comprendendo una potenzialità di letture infinitamente estesa, come lo sono le percezioni ed esperienze individuali che offrono gli strumenti atti al discernimento delle opere.
Paesaggi passeggeri, impressi nella memoria in maniera tanto intensa quanto inafferrabile.
Testo di Luca Donelli :
Parlare dell’arte di Manuela Vallicelli è come perdersi nella ricerca del confine fra il mondo dell’onirico e quello del reale per poi scoprire che non esiste.
Si potrebbe sulla sua arte aprire una parentesi mettendoci dentro l’indecifrabile ma usando come metro quello della fase del dormiveglia quando non si capisce bene se i suoni, i rumori, le sensazioni sono frutto del sogno o della realtà ancora assonnata.
Le disposizioni astratte messe sulla tela in maniera mai geometrica, così come il segreto del disegno ci portano in una forma che non prevede ordine proprio come avviene nella fase del risveglio.
In alcuni casi è un risveglio tranquillo in altri no, e si viene colti da un senso di tragedia imminente, dal moto di un cosmo sconosciuto che diventa specchio del nostro disagio.
Ma, citando Jung, è vero che guardando certi quadri si percepisce che l’attività creativa dell’immaginazione ci conduce in uno stato di fluidità mutamento e divenire in cui nulla è eternamente fissato e pietrificato senza speranze.
Certo qui non è la speranza che va cercata, sarebbe inutile, perché rimane comunque il senso del messaggio indecifrabile trattandosi di pura astrazione che si sottrae alla banalità del voler spiegare o del voler per forza capire.
Davanti a cosa siamo? Direi davanti ad elementi naturali preceduti dall’avverbio non. Il non fiume, il non lago, la non acqua e l’armonia prende forma proprio dall’assenza, da ciò che non c’è, da ciò che manca.
Anche la luce è elemento assente eppure si percepisce o meglio se ne percepisce l’imminenza quasi una promessa non ancora certezza perché siamo lontani dall’ipocrisia del vero.
Siamo invece nella similnatura dove vero e verità si escludono a vicenda per lasciare spazio alla pura fantasia dello sguardo magari alla ricerca del particolare quando invece è il tutto che interessa, è nel tutto che si nasconde l’intimo e l’inconfessabile.
Eppure i luoghi, i tempi sembrano davvero accaduti sebbene si tratti di accadimenti che si verificano in una dimensione immaginaria, lontano dall’essenziale, non abitabili, se non in un altrove sconosciuto.
In un millennio caratterizzato dalla difficoltà del vivere, dalla necessità del dover dire, questo tipo di arte ci rasserena, ci ricorda che solo il lato estetico ha ancora un grande valore se per un attimo ci fa dimenticare cosa ci aspetta fuori. L’arte può diventare un bunker dentro cui rinchiudersi in attesa del passaggio della tempesta, lasciando fuori la cattiveria del quotidiano o quella invadente sensazione del non riuscire ad entrare nell’opera perché troppo impegnati a volergli dare un senso diverso dall’innocente piacere del guardare.
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Intervista di Elena Nencini
settimanale SetteserQui 10 aprile 2021

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Intervista di Roberta Bezzi
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Intervista di Barbara Gnisci
Corriere Romagna 8 dicembre 2019
Dall’Africa ai video: la natura è la mia fonte di ispirazione
‘Potente’ è la parola che Manuela Vallicelli associa all’Africa. Alla Nigeria, in particolare. Paese nel quale ha trascorso i primi 13 anni della sua vita. “Nonostante la mia famiglia e io vivessimo in un quartiere occidentale, la sera arrivavano i suoni dei tamburi che si insinuavano nelle nostre case. I bianchi non erano ben visti in Nigeria, che all’epoca era un posto pericolosissimo. Di notte avevamo un guardiano armato di arco e frecce. Ma i miei genitori non mi hanno mai fatto vivere nella paura. Grazie a loro ho imparato che la paura uccide la mente. Mio papà faceva l’ingegnere petrolifero e mia madre era l’unica donna bianca che andava in giro da sola in macchina per la città”.
Il contatto con la natura, la forza del colore e la passione per la pittura sono gli elementi che Manuela porta con sé quando nel 1984 si trasferisce a Ravenna, città natale dei suoi genitori, dove finisce le scuole medie e si iscrive al Liceo Artistico. “Mi ero avvicinata alla pittura in Nigeria. Ricordo Rain, un amico texano, che ci portava dei tubi giganti di acrilico, o almeno, io li ricordo così. Da bambina mi piaceva mescolare i colori e creare nuove sfumature. Inoltre amavo le forme geometriche, anche se la mia fonte di ispirazione è sempre stata la natura”.
Gli anni dell’Accademia
Successivamente Manuela si iscrive all’Accademia di Belle Arti. “Sono stati quelli gli anni in cui è cominciata una sperimentazione che ancora va avanti. Credo che creare un canale aperto con il proprio inconscio e lasciar fluire il proprio essere sia il modo migliore per imparare a conoscersi. Altra cosa, invece, è trovare un proprio linguaggio. Ci sono stati momenti nella mia vita in cui ho dipinto fino a 14 ore al giorno. Per me dipingere è una priorità. Una necessità”.
Oggi Manuela è una pittrice affermata e una video-artista. “Io, che avevo cominciato con la figura, a un certo punto sono arrivata a renderla trasparente, fino a farle perdere il ruolo da protagonista. È diventata un tutt’uno con la natura”.
Un rapporto con la natura che resiste nelle opere di Manuela. “In seguito ho voluto eliminare anche la linea dell’orizzonte, ma non sono mai arrivata a un’immagine astratta. Permane una certa organicità, pur cambiando il punto di vista sussiste ancora un riconoscimento dell’immagine. Rendere visibile ciò che apparentemente non lo è, è una delle prerogative della mia arte”.
Manuela, che lavora per diversi committenti e attraverso vari agenti, dopo l’Accademia si trasferisce a Milano dove comincia a farsi conoscere. Tornata a Ravenna comincia a occuparsi anche di video. “Ho sempre saputo che, prima o poi, mi sarei dedicata al video. A Milano ho conosciuto un anziano pittore e gallerista che dipingeva quadri che sembravano muoversi. Ho cominciato così a riprendere le sue opere e da lì è nata una nuova dimensione, il video”.
La mostra
Manuela ha appena presentato alla Biennale di Mosaico Contemporaneo di Ravenna ‘Costruttori del passato’, un video di 6 minuti, che è stato proiettato ai Chiostri Francescani. Un’installazione di immagini video e foto che esprime una visione personale della città. “ Ho scelto di unire gli splendidi scenari ravennati ai suoni del passato, agli echi lontani e arcaici della storia”.
Fino al 19 gennaio è possibile apprezzare 5 opere pittoriche dell’artista che fanno parte della mostra collettiva ‘Selvatico’, ormai alla sua quattordicesima edizione. Le opere dell’artista sono esposte nella Chiesetta all’interno dell’ex Ospedale Testi di Cotignola. “Si tratta di opere molto grandi che raffigurano la mia poetica: colore, forza, organicità. Quando ho un’idea in mente la devo realizzare. Non importa il risultato. Non intendo lasciare una mia traccia. Ho una visione più ampia dell’universo. Ciò che conta per me, in quel momento, è farlo”.
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Catalogo mostra collettiva Selvatico 14ª
“Atlante dei margini, delle superfici e dei frammenti” a cura di Massimiliano Fabbri.
MANUELA VALLICELLI
Pittrice e video artista
Il soggetto della mia ricerca pittorica è la natura sia organica che inorganica. In questo tema rientra l’uomo e l’universo in cui vive. Il mondo organico che emerge però, trovandosi in un punto di intersezione, è svincolato dal confine dell’orizzonte. È una natura composta da sezioni, nella roccia e nell’acqua, da micro particelle e da voragini, il microcosmo e il macrocosmo uniti attraverso un punto di vista, una percezione visiva resa da una lente d’ingrandimento o da un allontanamento verticale verso grandi altezze. In queste dimensioni dipingo con i colori della Terra l’organicità della vita, dove il mondo animale, minerale e vegetale si intersecano. Utilizzo un mio alfabeto e una frequenza dal suono senza tempo per scandire i movimenti geologici. Nei miei lavori si esce dalla temporalità contingente del presente e si entra in una dimensione atemporale. Un paesaggio fatto d’infinito attuale in una massa terrestre in continua evoluzione dove controllo le forme e niente è lasciato al caso. La mia potrebbe essere definita una pittura di soglia, mi pongo in mezzo fra realismo e astrattismo. Le immagini nascono per effetto di una generazione spontanea e una respirazione consapevole in seguito a un dialogo fra il mio mondo interiore e la natura esterna, è un incontro fra l’inorganico e l’organico, fra il pensiero e la natura.
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