“In queste grandi solitudini Manuela Vallicelli ha addomesticato il vento, il cielo e le montagne.”
Luca Scacchi Gracco
2025
“Sincronie”, dal 14 giugno al 14 luglio 2025
Testo di Manuela Vallicelli per la mostra personale, a cura di Marcello Landi, presso la Galleria Dis-ORDINE, Ravenna.
Sincronie
Ogni paesaggio è un incontro.
Un incontro tra ciò che vediamo, tra l’attimo presente e una sensazione antica, tra un luogo reale e uno interiore. In questa mostra, il paesaggio non è semplice rappresentazione del mondo esterno, ma un campo sensibile in cui si sovrappongono tempi, emozioni e memorie.
Sincronie è il titolo che tiene insieme queste stratificazioni, sincronie come accordi, come coincidenze temporali, come dialoghi silenziosi tra ciò che accade dentro e fuori di noi. Ogni quadro diventa una finestra su un tempo non lineare, fatto di paesaggi, di cicli, di pause e risonanze.
La pittura, con i suoi colori, le sue trasparenze e densità, diventa linguaggio per raccontare l’invisibile: la luce che cambia, il silenzio che si deposita su un orrizzonte, l’eco di un luogo già visto ma forse mai stato. I paesaggi, pur nella loro apparente quiete, contengono il movimento della vita, l’onda del vento, la vibrazione dell’aria, il respiro del tempo.
Sincronie è anche un’invito a rallentare lo sguardo. Le opere esposte non offrono risposte, ma aperture. Spazi in cui ogni spettatore è chiamato a ritrovare la propria sincronia con il mondo, con la natura, con il tempo che scorre dentro di sè.
In un’epoca dominata dall’urgenza e dalla velocità, Sincronie ci ricorda che ogni paesaggio, ogni immagine, può diventare un tempo sopseso. Un luogo in cui abitare, anche solo per un istante.
…………………………………………………….
“Altrove”, dal 29 marzo al 26 aprile, 2025
Testo per la mostra personale, curata da Margherita Maccaferri, presso BoA Spazio Arte, Bologna
Sabina Ghinassi
Critica d’arte, curatrice di mostre ed eventi multimediali e Presidente di Rete Almagià.
Altrove
La storia, in Occidente, procede attraverso la ricerca del nuovo, costruisce e demolisce, fingendo una risolutezza immemore; in Oriente, al contrario, si procede per sedimentazioni; il passato resta con le sue polveri addensate, da quello si costruisce e si procede; in Occidente si esalta l’ individuo, in Oriente si abbracciano comunità, antenati, spiriti e sciamani. Il mondo della pittura di Vallicelli si pone sul confine liminale di questi due sentimenti del mondo. Li mette in equilibrio, accordandoli lieve e puntuale; li accoglie dentro di sé attraverso un gesto che si fa tocco grave e prezioso sulle cromie liquide e luminose; freme, si traveste da dramma, affonda nel caos in carezza dissolta; accelera, si ferma, oscilla tra una discesa incantata nel Maelström e un volo ad ali spiegate in mezzo a cirri e nembi. Dipinge un “altrove”. Altrove è questo ciclo di opere: paesaggi pulviscolari e insieme acquei che travolgono e ammaliano come un canto di Sirene, lasciando affondare lo sguardo in un momento di genesi primordiale, di fini e inizi che coincidono e si prendono per mano e si rincorrono ridendo. L’artista mette in scena attimi di metamorfosi tra forma e non forma; intercetta fragili volute, profili increspati, graffi, insenature, materie soffici e aeree, albe e tramonti che si inseguono imbevendo di luce il cielo, terre forse, dalla caducità molecolare, frammenti di meteore luminose mescolati a ricordi di quando era bambina. Sensucht: un preciso sentimento del mondo nella sua inafferrabilità e bellezza. Qui lo spazio è fattuale e ipotetico, lontano da certezze ontologiche, instabile ed emulsivo, inafferrabile e, proprio per questo, perturbante e vicino al sublime. È soglia sulla quale sostare cercando di non farsi inghiottire, mantenendo un equilibrio precario, da funambolo coraggioso, lasciandosi ad un tempo penetrare da quella eternità metastorica che tutto sovrasta. Che annulla ogni limite e ne afferma la non esistenza. E Vallicelli segue la soglia con pennellate avvolgenti e vitali; accetta l’imprevisto (o finge di accettarlo), lo lascia addensarsi lieve e palpitante; è ad un tempo lenta e veloce, disciplinata e agerarchica; compone la sua sinfonia di mondi e cosmi probabili, di trasalimenti galattici, di aurore boreali e accadimenti simultanei. Accoglie l’assoluta incertezza di confini e di orizzonti dello sguardo, dà corpo a luoghi che non si possono ridurre né a una definizione razionale, né a uno sfruttamento funzionale. Sono completamente a tecnologici loro: non devono servire a nulla. Sono luoghi imprevedibili che partecipano dell’aria e dell’immateriale, fatti della stessa materia dei sogni. Vallicelli gioca, alle volte: dissemina indizi: cartografie raccolte e poi dimenticate, diventate Altrove. Un Altrove-entanglement sublime di terre e cieli, di luci e ombre: sono dune, montagne, insenature, flutti marini, deserti sottratti alla pesantezza letargica della materia. Paesaggi di materia psichica che diventano coscienza luminosa e ascendono ad altre dimensioni. Vallicelli annota il suo viaggio e, di quelle pagine indecifrabili, consegna al nostro sguardo una traccia di bellezza incantante pronta a dissolversi e a mutare, lasciando un’impronta dolcemente incandescente sul cuore.
Margherita Maccaferri
curatrice e gallerista di BoA Spazio Arte, Bologna.
Le opere di Manuela ci trasportano lontano, in un universo fatto di colori vibranti, schegge di luce, volumi concavi e convessi che sembrano pronti a modificarsi davanti ai nostri occhi. Un mondo di elementi che si muovono vorticosi, come in un abbraccio tra fuoco acqua vento e terra. La biografia di Vallicelli ci racconta di una infanzia vissuta in Nigeria: i colori, i suoni e i profumi dell’Africa ritornano nella sua pittura nei colori terrosi, nei cieli infuocati, nei guizzi di chiaroscuro; un mondo che l’artista si porta dentro e che dialoga con l’altra parte della sua vita, quella che si realizza nel ritorno in Italia, a Ravenna prima e poi a Milano, dove Manuela inizia di fatto la sua attività espositiva. Vallicelli non descrive la natura che la circonda, piuttosto racconta quella che la pervade da dentro. Guardando le sue opere ci si trova davanti a orizzonti capovolti, all’interno di forme fossili, fuori in uno spazio senza riferimenti, sotto un cielo pronto a squarciarsi.
…………………………………………………….
Border
Opera del mese di Maggio 2025 dall’associazione francese ARTIFICIALIS.
Testo di Astrid Gallinat
giornalista, curatrice e fondatrice di ARTIFICIALIS.
A prima vista, il dipinto Border di Manuela Vallicelli potrebbe rappresentare un paesaggio. Sembrano esserci montagne sullo sfondo a sinistra, forse un lago o una baia di fronte ad esse. In primo piano al centro, si potrebbero riconoscere delle dune, la cui sabbia quasi bianca è attraversata da linee scure. Oppure si tratta piuttosto di un altopiano con depositi sedimentari? O addirittura di un paesaggio innevato? Sulla destra, questa forma è bruscamente interrotta da un solco, o meglio da linee in tonalità di grigio, che proseguono verso l’orizzonte. Potrebbero dissolversi in un altro bacino d’acqua. Sopra questo paesaggio, si arcua un cielo coperto. Oltre alle nuvole in sfumature di blu-grigio-bianco, domina un rosso soprannaturale. Non si può definire una fonte di luce; un presunto sole è nascosto.
A seconda dell’esperienza personale, l’osservatore potrebbe identificare paesaggi della propria memoria. Si potrebbe pensare a una laguna, a un paesaggio innevato o a una zona di saline. Potrebbe persino trattarsi di una miniera a cielo aperto o di qualcos’altro? Tuttavia, il cielo mistico è destabilizzante. Questo rossore deriva forse da un’alba o da un tramonto? È una sorta di aurora? Potrebbe trattarsi di inquinamento e, quindi, essere un segnale d’allarme?
Tutte queste speculazioni sono ammissibili e allo stesso tempo inaffidabili. Manuela crea i suoi paesaggi partendo dai propri ricordi personali, forse talvolta da una certa memoria collettiva e dalla sua percezione interiore. Prima di iniziare a lavorare sulla tela, ha un’idea di ciò che desidera rappresentare e di come realizzarlo. Poi si lascia guidare dalla propria intuizione. È evidente che l’esecuzione pittorica è vicina all’astrazione, poiché i campi di colore e le linee non formano oggetti specifici. I colori si incontrano e modellano la superficie della tela. Strati e una certa profondità emergono da superfici più chiare e più scure, che in parte si fondono.
Il risultato sono spazi ipotetici, che potrebbero trovarsi da qualche parte o essere esistiti. Come nel nostro esempio, il dipinto non racconta una storia evidente, ma evoca un ricordo che si accende. Anche il titolo, “Border” (Confine), non guida verso una lettura univoca, ma apre ulteriori possibilità. L’artista stessa ha scelto questo titolo perché, per lei, l’immagine rappresenta il limite oltre il quale si cela il mistero. Per questo motivo, i dipinti di Manuela sono aperti a molteplici interpretazioni. Possiamo contemplare i paesaggi, immergerci in essi e lasciarci trasportare dallo spirito.
2023
Connaturale
Dal 10 febbraio al 10 marzo, 2023
Catalogo mostra personale Connaturale Galleria MonoGao21, Ravenna.
Anna Orlando
storica dell’arte, specialista in pittura antica genovese e fiamminga.
Coerenza del segno e del gesto, non solamente nel senso dello “stile”, parola tanto necessaria in ambito critico quanto sfuggevole e antipatica.
Manuela Vallicelli non tradisce mai la sua “maniera”: fin dai primi lavori, negli anni di avvio di questo nostro nuovo secolo, un colore che ha un dichiarato filo diretto con la terra e si miscela nell’olio senza perdere la propria identità pastosa si sposa con una corsività di un gesto pittorico immediato. Forte e garbato al tempo stesso. Mai trattenuto né descrittivo; mai chiuso né didascalico.
L’immagine pare affiorare a posteriori. Dove a priori c’è il sentire.
Nell’immagine Vallicelli cerca la natura: esteriore e interiore. Vi cerca assonanze con quanto è più tangibile e condivisibile per una familiarità con il quotidiano che appartiene a tutti o ai molti.
Lo si capisce dalle intitolazioni a tele inequivocabilmente figlie di un astrattismo di matrice gestuale. Un’evanescenza (di grande bellezza e fortemente seduttiva) che però cerca uno scoglio a cui ancorarsi, una valle in cui scorrere; una rupe da cui scendere vorticosamente; un cielo in cui disperdersi nel vento.
Dalle prime naturali intuizioni dell’artista sul proprio linguaggio Vallicelli non si discosta, e procede con coerenza nell’esplorare mondi dentro e fuori di sé. Per offrirli a noi che li accogliamo, non di rado con un senso di fastidio per quanto ci toccano dentro e ci scuotono sentimenti: a riprova della presenza di una forza che nella coerenza di una gestualità peculiare e inesauribile (sebbene delicata) non perde vigore.
Eleonora Savorelli
curatrice indipendente e registrar di mostre, presidente dell’Associazione Marte.
È sparito tutto.
Orizzonti bicromi tracciano paesaggi interiori al limite del visibile. Come impressioni di un ricordo lontano, memorie di un tempo forse mai passato.
Veli che corrono leggeri sulle tele lasciando sfumature. Gli accenni del loro passaggio dipingono scenari impossibili che prendono corpo attraverso lo sguardo del fruitore che scruta, riflette, immagina mondi.
Manuela Vallicelli crea e distrugge di getto. Senza alcun disegno preparatorio, dà la vita a paesaggi essenziali, sottraendo a essi il superfluo, l’aggettivo.
L’artista realizza vedute che sono cicatrici della vita, forse imperscrutabili. Sono tratti intensi dipinti d’un fiato: il pennello non si stacca mai dalla tela, come in apnea. Esprime una necessità impellente di portare fuori dal sé precise sensazioni. L’immaginazione è qui il solo strumento per discernere le composizioni.
Nella ricerca di Vallicelli, la natura è genitrice di ogni cosa. In bilico tra realismo e astrattismo, i segni si fanno operosi alveari, torti sentieri, nubi pluriformi, corsi d’acqua dolce, venature di marmi e legni, correnti d’aria, dune spinte dal vento, nidi di uccelli, onde marine. Ciò che rimane per consentire l’analisi e la percezione delle opere è l’essenza, l’osso del paesaggio e degli organismi che lo abitano. Certe linee sembrano usare tutta la loro forza interna per evitare la dispersione di questi ultimi in essa contenuti, i quali – penso a Prometeo – invece sembrano volersi separare e affrancarsi. Vallicelli esplora il suo linguaggio artistico con l’obiettivo di mettere al mondo l’invisibile attraverso il visibile, il mistero attraverso il reale. L’espressività della sua poetica veicola la sostanza di un’impressione, che è scarna di ogni traccia identificabile con l’ambiente circostante.
Davanti agli occhi ambienti metamorfici in costante evoluzione, al pari dell’anima umana.
I veli leggeri di Vallicelli agiscono come ponti per il pensiero. Come il velo di Maya indagato da Arthur Schopenhauer, quelli dell’artista sono veli dell’illusione, che mostrano agli umani un mondo che, secondo le parole del filosofo, è “simile al sogno, allo scintillio della luce solare sulla sabbia che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure ad una corda buttata per terra ch’egli prende per un serpente”. Allo stesso tempo, nella loro fluida dinamicità, i veli consentono un’apertura verso il mondo reale, comprendendo una potenzialità di letture infinitamente estesa, come lo sono le percezioni ed esperienze individuali che offrono gli strumenti atti al discernimento delle opere.
Paesaggi passeggeri, impressi nella memoria in maniera tanto intensa quanto inafferrabile.
Laura Facchi
scrittrice, giornalista ed editor.
Ci sono poche persone limpide e autentiche come Manuela al mondo. La conosco da molti anni, eravamo giovanissime quando i nostri destini si sono incrociati a Ravenna e inizialmente il modo stralunato e dolce di Manuela mi era parso un costrutto teso all’accettazione da parte degli altri. Guardavo quella ragazza sporca di colore, con le braccia muscolose e la pelle di pesca con un certo strano distacco. Chi sei? Mi chiedevo, come se davanti a me avessi un essere appartenente ad un altro mondo. Diceva quello che pensava, sempre e il più delle volte il suo era un pensiero inedito e incomprensibile, non faticava a stare sola, non dipingeva per piacere ma per piacersi. Il giorno in cui, per la prima volta, sono entrata nel suo studio tutto è cambiato; il linguaggio di Manuela mi era incomprensibile perché per conoscere quella incantevole e stralunata ragazza fino a quel momento mi ero sintonizzata su una frequenza sbagliata e le sue parole mi raggiungevano monche. I suoi quadri; gli orizzonti del primo periodo, le forme della natura rimescolate dal suo complesso io interiore, la bellezza inquietante o travolgente che quel corpo umano muscoloso e bello sapeva creare era il suo linguaggio. Era il completamento della parola, era la giusta frequenza per comprendere e guardare Manuela. Vuoi scrivere qualcosa per il mio catalogo? Mi ha chiesto qualche settimana fa. Ed è stata una richiesta che ho accolto con gioia (mi inorgoglisce farlo) e timore (non so niente di arte) e mentre cercavo di inventarmi capace di parlare di forme e colori, visioni e astrattismi, ho ricordato quel nostro primo incontro, quella fatica a entrare in sintonia, quella strana aura che circondava la ragazza che sarebbe diventata una delle mie più care amiche. Manuela è un’artista, la sua arte è lei stessa. Quella bellezza onirica che non mi stanco mai di guardare è ciò che in quel primo incontro mi era sfuggito, è l’altra metà delle sue parole.
Luca Donelli
gallerista di Monogao Gallery, Arte e Lettere.
Parlare dell’arte di Manuela Vallicelli è come perdersi nella ricerca del confine fra il mondo dell’onirico e quello del reale per poi scoprire che non esiste.
Si potrebbe sulla sua arte aprire una parentesi mettendoci dentro l’indecifrabile ma usando come metro quello della fase del dormiveglia quando non si capisce bene se i suoni, i rumori, le sensazioni sono frutto del sogno o della realtà ancora assonnata.
Le disposizioni astratte messe sulla tela in maniera mai geometrica, così come il segreto del disegno ci portano in una forma che non prevede ordine proprio come avviene nella fase del risveglio.
In alcuni casi è un risveglio tranquillo in altri no, e si viene colti da un senso di tragedia imminente, dal moto di un cosmo sconosciuto che diventa specchio del nostro disagio.
Ma, citando Jung, è vero che guardando certi quadri si percepisce che l’attività creativa dell’immaginazione ci conduce in uno stato di fluidità mutamento e divenire in cui nulla è eternamente fissato e pietrificato senza speranze.
Certo qui non è la speranza che va cercata, sarebbe inutile, perché rimane comunque il senso del messaggio indecifrabile trattandosi di pura astrazione che si sottrae alla banalità del voler spiegare o del voler per forza capire.
Davanti a cosa siamo? Direi davanti ad elementi naturali preceduti dall’avverbio non. Il non fiume, il non lago, la non acqua e l’armonia prende forma proprio dall’assenza, da ciò che non c’è, da ciò che manca.
Anche la luce è elemento assente eppure si percepisce o meglio se ne percepisce l’imminenza quasi una promessa non ancora certezza perché siamo lontani dall’ipocrisia del vero.
Siamo invece nella similnatura dove vero e verità si escludono a vicenda per lasciare spazio alla pura fantasia dello sguardo magari alla ricerca del particolare quando invece è il tutto che interessa, è nel tutto che si nasconde l’intimo e l’inconfessabile.
Eppure i luoghi, i tempi sembrano davvero accaduti sebbene si tratti di accadimenti che si verificano in una dimensione immaginaria, lontano dall’essenziale, non abitabili, se non in un altrove sconosciuto.
In un millennio caratterizzato dalla difficoltà del vivere, dalla necessità del dover dire, questo tipo di arte ci rasserena, ci ricorda che solo il lato estetico ha ancora un grande valore se per un attimo ci fa dimenticare cosa ci aspetta fuori. L’arte può diventare un bunker dentro cui rinchiudersi in attesa del passaggio della tempesta, lasciando fuori la cattiveria del quotidiano o quella invadente sensazione del non riuscire ad entrare nell’opera perché troppo impegnati a volergli dare un senso diverso dall’innocente piacere del guardare.
2021
Resto del Carlino, Ravenna – 9 aprile 2021 (quotidiano italiano)
Intervista di Roberta Bezzi
Ritorno alla figura, per Dante è valsa la pena.
Le 34 illustrazioni del gioco da tavolo VianDante della pittrice Manuela Vallicelli sono esposte nelle vetrine dell’ex negozio Bubani.
Sono della pittrice ravennate Manuela Vallicelli le 34 illustrazioni del gioco da tavolo VianDante, che segue il cammino del poeta Dante Alighieri nelle tappe fondamentali della sua vita, in un viaggio che parte da piazza Santa Croce a Firenze per arrivare alla basilica di San Francesco a Ravenna. Le tavole originale del gioco, commissionato dal gruppo bancario La Cassa di Ravenna e dalla Fondazione Cassa di Risparmio, sono esposte fino a martedì prossimo nelle vetrine dell’ex negozio Bubani in Piazza del Popolo a Ravenna.
Vallicelli, questo è il suo primo lavoro ispirato al Sommo Poeta.
Come ha realizzato le varie illustrazioni?
“Anche se in genere non lavoro su commissione, non potevo lasciarmi scappare un’occasione così importante. tutte le tavole, corrispondenti alle 33 caselle più la pedina, sono dipinte con pigmenti naturali in polvere su tela, una tecnica a cui sono ormai molto affezionata, frutto dei miei studi sulla chimica del colore e sul restauro, che sdarebbe potuta essere utilizzata anche nel 1.300”.
Per lei che si definisce una pittrice di soglia tra l’astratto e il figurativo, è stato un ritorno al figurativo in senso stretto?
“Sì, è stato un pò come tornare indietro nel tempo, visto che da 18 anni non lo faccio più. Ma per Dante, Fra l’altro grande amico di Giotto che adoro, ne valeva la pena. Questo lavoro, fatto in tempi da record durante il primo lockdown e sino all’estate, ha anche avuto un effetto catartico, visto che non mi ha lasciato il tempo di soffermarmi più di tanto sul terribile momento che stiamo vivendo”.
C’è una tavola, fra quelle realizzate, a cui è più affezionata?
“No, il lavoro va appezzato nel suo insieme. Per natura poi, non mi lego mai particolarmente ai miei quadri. Appena li finisco, guardo avanti. Inevitabile per chi, come me, dipinge, ogni giorno senza sosta”.
Non è nostalgica, dunque, neanche in rapporto all’Africa dove ha vissuto a lungo dai 2 ai 13 anni?
“No, con i suoi colori, profumi e sensazioni, l’Africa me la porto dentro e mi basta. Sono stata otto anni in Nigeria con i miei genitori, girando poi per tanti altri Paesi. Seguendo l’esempio di mia madre, ho dipinto le prime tele nella veranda di casa. ma anche la nebbia romagnola ha il suo fascino”.
Da lì parte certamente il suo forte rapporto con la natura che è al centro delle sue opere.
“Credo di sì. Dipingo con i colori della Terra l’organicità della vita, dove il mondo animale e vegetale si intersecano”.
Quali altri passioni ha oltre alla pittura?
“Realizzo video arte. Ho partecipato all’ultima edizione della biennale di Mosaico Contemporaneo di Ravenna con il video Costruttori del passato. Ravenna, proiettato in anteprima ai Chiostri francescani. E ora ne sto terminando un altro sulla figura di Antonia Alighieri, figlia minore di Dante e Gemma Donati, divenuta pio suor Beatrice. Ma sono anche tarata dal teatro e dalla scenografia”.
…………………………………………………….
SettesereQui, Ravenna – 10 aprile 2021 (settimanale cartaceo)
Intervista di Elena Nencini
Un viaggio nel mondo del Sommo Poeta.
Dietro i disegni del gioco Viandante c’è l’artista Manuela Vallicelli
Sono 33 le tavole 50 x 50 cm che l’artista Manuela Vallicelli ha realizzato per il gioco VianDante – segui il cammino del Poeta, voluto nella ricorrenza del Settimo centenario della morte del Poeta dal Gruppo La Cassa di Ravenna (che comprende anche Banca di Imola Spa e Banco di Lucca e del Tirreno Spa, assieme alla Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna).
Un viaggio illustrato per raccontare, in 97 tappe fondamentali la vita e il cammino del Sommo Poeta tra le città e i luoghi in cui si è sviluppata la sua vicenda personale e poetica, da Firenze, città natale, a Ravenna, suo ultimo rifugio, attraverso le diverse località del suo esilio, da Bologna a Prato, Pistoia, Forlì, Lucca, gli Appennini, Rimini, Imola, Bagnacavallo, Lido Adriano, venezia e altre, che sono state anche di ispirazione per le sue opere, in particolare la più celebre, la Divina Commedia.
Vallicelli, pittrice e video-artista ravennate, incentra da tempo il suo lavoro sulla natura sia organica che inorganica. Si concentra solitamente per sezioni, per dettagli, per micro particelle muovendosi in una dimensione temporale, tra realismo e astrattismo.
Dopo aver frequentato il liceo artistico di Ravenna, ha continuato il suo percorso presso l’Accademia di Belle Arti, per poi trasferirsi a Milano. Tornata a Ravenna adesso si dedica anche ai video, tanto che sta già pensando alla realizzazione di un’opera su Suor Beatrice, la figlia di Dante.
Vallicelli come è nato il progetto?
“I riferimenti storici e i testi sono stati curati dallo storico Franco Gàbici, mentre mi hanno chiesto di occuparmi della parte artistica lo scorso gennaio. Solitamente io non faccio opere di illustrazione né lavoro su commissione, ma ho accetto con piacere proprio perché il progetto riguardava Dante. Un artista fantastico”
Come ha deciso di svolgere il suo lavoro?
“Ho avuto massima libertà nella scelta delle città, con delle indicazioni generiche. Ho scelto io tutte le inquadrature. Per la mia ricerca artistica utilizzo una tecnica che si poteva usare benissimo nel ‘300. Infatti deriva dal mio passato nel mondo del restauro: utilizzo pigmenti naturali in polvere miscelati con un legante.”
Quante tavole ha realizzato?
“Sono 33 più la pedina che rappresenta proprio la figura di Dante, il mio Dante. in tutto 34. Non li considero quadri, è un modo di procedere diverso.”
Come ha scelto le diverse inquadrature dei differenti luoghi?
“La richiesta era che dovevo riprodurre un luogo che si doveva riconoscere, ma dovevo pensare che alla fine sarebbe stato realizzato in una dimensione molto piccola, quella del gioco. Quindi ho scelto un formato 50 x 50 cm e poi ho utilizzato la mia sensibilità per stilizzare il più possibile”.
C’è uno di questi luoghi che ha raffigurato al quale è particolarmente legata?
“Non mi affeziono molto ai luoghi, ma sicuramente potrei scegliere la pineta perché io lavoro con tutto ciò che riguarda la natura.”
Cosa ha rappresentato per lei questo lavoro?
“Ho cominciato a lavorare sul VianDante lo scorso anno durante il lockdown. un lavoro lungo e impegnativo, in un momento tragico per l’arte è stata un’opportunità che mi ha alienato dalla realtà. Ha avuto un valore catartico, è stato un vero e proprio viaggio dantesco. Mi sono dovuta concentrare molto nei dettagli, nei particolari. L’ho vissuto in una maniera diversa. Anche se lavoro molto al computer ho deciso di disegnarlo a matita.”
Prossimo lavoro?
“Per rimanere nella scia di Dante, presto farò un video per Soroptimist sulla figlia di Dante, Antonia, che sarà proiettato probabilmente a settembre nei chiostri francescani.”
2019
Corriere Romagna – 8 dicembre 2019 (quotidiano regionale)
Intervista di Barbara Gnisci
Dall’Africa ai video: la natura è la mia fonte di ispirazione
‘Potente’ è la parola che Manuela Vallicelli associa all’Africa. Alla Nigeria, in particolare. Paese nel quale ha trascorso i primi 13 anni della sua vita. “Nonostante la mia famiglia e io vivessimo in un quartiere occidentale, la sera arrivavano i suoni dei tamburi che si insinuavano nelle nostre case. I bianchi non erano ben visti in Nigeria, che all’epoca era un posto pericolosissimo. Di notte avevamo un guardiano armato di arco e frecce. Ma i miei genitori non mi hanno mai fatto vivere nella paura. Grazie a loro ho imparato che la paura uccide la mente. Mio papà faceva l’ingegnere petrolifero e mia madre era l’unica donna bianca che andava in giro da sola in macchina per la città”.
Il contatto con la natura, la forza del colore e la passione per la pittura sono gli elementi che Manuela porta con sé quando nel 1984 si trasferisce a Ravenna, città natale dei suoi genitori, dove finisce le scuole medie e si iscrive al Liceo Artistico. “Mi ero avvicinata alla pittura in Nigeria. Ricordo Rain, un amico texano, che ci portava dei tubi giganti di acrilico, o almeno, io li ricordo così. Da bambina mi piaceva mescolare i colori e creare nuove sfumature. Inoltre amavo le forme geometriche, anche se la mia fonte di ispirazione è sempre stata la natura”.
Gli anni dell’Accademia
Successivamente Manuela si iscrive all’Accademia di Belle Arti. “Sono stati quelli gli anni in cui è cominciata una sperimentazione che ancora va avanti. Credo che creare un canale aperto con il proprio inconscio e lasciar fluire il proprio essere sia il modo migliore per imparare a conoscersi. Altra cosa, invece, è trovare un proprio linguaggio. Ci sono stati momenti nella mia vita in cui ho dipinto fino a 14 ore al giorno. Per me dipingere è una priorità. Una necessità”.
Oggi Manuela è una pittrice affermata e una video-artista. “Io, che avevo cominciato con la figura, a un certo punto sono arrivata a renderla trasparente, fino a farle perdere il ruolo da protagonista. È diventata un tutt’uno con la natura”.
Un rapporto con la natura che resiste nelle opere di Manuela. “In seguito ho voluto eliminare anche la linea dell’orizzonte, ma non sono mai arrivata a un’immagine astratta. Permane una certa organicità, pur cambiando il punto di vista sussiste ancora un riconoscimento dell’immagine. Rendere visibile ciò che apparentemente non lo è, è una delle prerogative della mia arte”.
Manuela, che lavora per diversi committenti e attraverso vari agenti, dopo l’Accademia si trasferisce a Milano dove comincia a farsi conoscere. Tornata a Ravenna comincia a occuparsi anche di video. “Ho sempre saputo che, prima o poi, mi sarei dedicata al video. A Milano ho conosciuto un anziano pittore e gallerista che dipingeva quadri che sembravano muoversi. Ho cominciato così a riprendere le sue opere e da lì è nata una nuova dimensione, il video”.
La mostra
Manuela ha appena presentato alla Biennale di Mosaico Contemporaneo di Ravenna ‘Costruttori del passato’, un video di 6 minuti, che è stato proiettato ai Chiostri Francescani. Un’installazione di immagini video e foto che esprime una visione personale della città. “ Ho scelto di unire gli splendidi scenari ravennati ai suoni del passato, agli echi lontani e arcaici della storia”.
Fino al 19 gennaio è possibile apprezzare 5 opere pittoriche dell’artista che fanno parte della mostra collettiva ‘Selvatico’, ormai alla sua quattordicesima edizione. Le opere dell’artista sono esposte nella Chiesetta all’interno dell’ex Ospedale Testi di Cotignola. “Si tratta di opere molto grandi che raffigurano la mia poetica: colore, forza, organicità. Quando ho un’idea in mente la devo realizzare. Non importa il risultato. Non intendo lasciare una mia traccia. Ho una visione più ampia dell’universo. Ciò che conta per me, in quel momento, è farlo”.
…………………………………………………….
Mostra d’arte “Atlante dei margini, delle superfici e dei frammenti”, 26 ottobre 2019 – 19 gennaio 2020, Cotignola (Ravenna), a cura di Massimiliano Fabbri
Testo nel catalogo della mostra
Atlante dei margini, delle superfici e dei frammenti
MANUELA VALLICELLI
Pittrice e video artista
Il soggetto della mia ricerca pittorica è la natura sia organica che inorganica. In questo tema rientra l’uomo e l’universo in cui vive. Il mondo organico che emerge però, trovandosi in un punto di intersezione, è svincolato dal confine dell’orizzonte. È una natura composta da sezioni, nella roccia e nell’acqua, da micro particelle e da voragini, il microcosmo e il macrocosmo uniti attraverso un punto di vista, una percezione visiva resa da una lente d’ingrandimento o da un allontanamento verticale verso grandi altezze. In queste dimensioni dipingo con i colori della Terra l’organicità della vita, dove il mondo animale, minerale e vegetale si intersecano. Utilizzo un mio alfabeto e una frequenza dal suono senza tempo per scandire i movimenti geologici. Nei miei lavori si esce dalla temporalità contingente del presente e si entra in una dimensione atemporale. Un paesaggio fatto d’infinito attuale in una massa terrestre in continua evoluzione dove controllo le forme e niente è lasciato al caso. La mia potrebbe essere definita una pittura di soglia, mi pongo in mezzo fra realismo e astrattismo. Le immagini nascono per effetto di una generazione spontanea e una respirazione consapevole in seguito a un dialogo fra il mio mondo interiore e la natura esterna, è un incontro fra l’inorganico e l’organico, fra il pensiero e la natura.
2018
Intervista di Linda Antonellini, pubblicata da IN Magazine n.2 maggio/giugno 2018
Una natura travolgente
Manuela Vallicelli è una giovane artista ravennate in bilico tra pittura, fotografia e videoarte. La sua infanzia in Africa è ben evidente nelle sue opere, anche di grandi dimensioni.
Manuela Vallicelli è una pittrice di Ravenna con trascorsi africani. Quando aveva appena due anni la sua famiglia si è trasferita per lavoro in Nigeria, nel mezzo della giungla più incontaminata. A tredici anni è tornata a Ravenna dove ha completato gli studi d’arte: liceo artistico e Accademia di Belle Arti. Dal 2000 si è concentrata solo sulla pittura. Parlando con lei si capisce quanto il suo lavoro sia un tutt’uno con la sua identità, perché la pittura è percepita come urgenza e fonte di energia, come espressione inarrestabile del proprio sé. Gli spazi e il respiro della natura sono elementi sempre presenti nella sua ricerca, passando da un figurativo dei primi anni fino ad arrivare a un’astrazione nei paesaggi dove l’orizzonte sparisce nell’infinitamente piccolo oppure nell’immensamente grande. Ha realizzato un murale per la collezione permanente del Museo d’Arte Paolo Pini di Milano e sue opere sono presenti in collezioni private in Italia e all’estero. Ha esposto in diverse gallerie in Italia e all’estero e nel 2011 ha vinto ex aequo il premio Marina di Ravenna.
Visti i lavori incentrati sulla natura, quanto è stato importante aver vissuto tanti anni in Africa?
“Sicuramente molto. Ricordo quando da bambina aspettavo il temporale in giardino, guardavo il cielo che diventava sempre più nero. In Africa ogni colore, suono e odore ha un’intensità travolgente. Questa forza della natura, che mi appartiene, mi ha portato a realizzare una serie di quadri di grandi dimensioni”.
Una caratteristica dominante nelle sue opere è l’uso di pigmenti naturali…
“Ritengo sia il mezzo migliore per creare colori e ottenere la giusta opacità e trasparenza che ricerco in ogni mio quadro.”
Un altro mezzo espressivo ricorrente è la video arte…
“Il punto d’incontro tra la video arte e la pittura è stato sicuramente la fotografia. La video arte è un approdo naturale di questo mio interesse, complementare alla pittura”.
Considerato questo stretto rapporto con la fotografia e la video arte, utilizza supporti fotografici per dipingere?
“No, così come non copio dal vero. La mia potrebbe essere definita una pittura di soglia, mi pongo in mezzo fra il realismo e l’astrattismo. Le immagini nascono per un effetto di generazione spontanea in seguito a un dialogo fra il mio mondo interiore e la natura esterna, è un incontro fra l’inorganico e l’organico, il pensiero e la natura”.
Progetti futuri?
“Sto lavorando a una mia personale con opere di grandi dimensioni da abbinare a videoproiezioni e alla realizzazione di un libro d’arte dedicato a Luca Scacchi Gracco, con la collaborazione di Franco Maria Ricci, Jean Blanchaert e l’attrice Greta Scacchi, figlia di Luca Scacchi”.
2011
I vincitori al MAR” – mostra al MAR, Museo d’Arte della Città di Ravenna, dal 10 dicembre 2011 al 6 gennaio 2012
Testo nel catalogo della mostra scritto da Jean Blancheart, gallerista, curatore e critico d’arte.
Dio è con noi anche nelle piccole valli.
Dio è con noi anche nelle piccole valli. Questo è il significato del nome e del cognome di Manuela Vallicelli, un significato che avrebbe potuto condizionare la sua poetica pittorica, indirizzandone il lavoro verso scelte umili, francescane, proto-cristiane. Forse ciò è accaduto soltanto per quanto riguarda il suo animo che ha saputo difendersi dagli attacchi della contemporaneità con determinazione testarda, intuendo che l’ingenuità è una noce segreta da conservare gelosamente, ad ogni costo. Soprattutto per un pittore. Protetta da questo nome e da questo cognome che le regalano delle fondamenta di semi-invulnerabilità, Manuela Vallicelli è partita per un viaggio fatto di coraggio e creatività.
Una padronanza assoluta della tecnica pittorica ed un immaginario, composto principalmente di Africa (dove ha trascorso l’infanzia) e di Ravenna (la sua città), hanno fatto il resto. Con pigmenti e colori, pennelli e pennellesse, ci porta sulla sua navicella spaziale a visitare il cosmo che a volte ritrova in un laghetto alpino, molto simile al pianeta Marte, oppure nelle ali di una farfalla. Si ha l’impressione che Manuela Vallicelli non tema la vita e la sua fine e che abbia saputo guardare le cose terrene in faccia, a quattr’occhi, senza timori. Per questo motivo è riuscita a costruire quell’astronave sulla quale viaggia e ci fa viaggiare, quando guardiamo i suoi quadri.
Il carburante, il propellente sono il respiro africano, un respiro infinito che sospinge la navicella spaziale oltre le nuvole, in alto, dentro a quel cielo stellato che tante volte aveva fissato, da bambina, in Nigeria.
“E se tutto questo non esistesse?” La capacità di superare la paura generata da questa domanda ha reso ardimentosa la futura pittrice. Se l’arte povera ci ha mostrato oggetti che mille volte avevamo incontrato con lo sguardo, senza notarli, l’arte ricca e sontuosa della Vallicelli sa raccontarci il Big Bang, la collisione con Andromeda e la bellezza della via Lattea, proponendoci queste immagini in un linguaggio a noi comprensibile. Quando torna dai suoi viaggi lontanissimi nel tempo e nello spazio, la Vallicelli sa dividere col pennello ciò che ha visto. Dio è con noi anche nelle piccole valli. Anche in quelle di Saturno e della Luna.
Perché le meduse dei fondali marini somigliano alle galassie? Voci gregoriane e tamburi africani ci portano la risposta. E’ scritta in ideogrammi cinesi: “Siamo tutti collegati, ci sono altri mondi ed esiste il mistero, ma senza la luce delle stelle la vita sarebbe buia e grama”.
Vive oggi a Ravenna una pittrice che sa rappresentare gli urti molecolari, che riesce a separare sulla tela lo stato gassoso da quello liquido. Nelle sue prospettive non ci sono confini; ha tradotto le tessere d’oro dei mosaici bizantini nei fondali siderali dei suoi dipinti, distanti da noi quattordici milioni di anni luce.
2011
Vela d’Oro 2011: la vittoria del viaggio.
Intervista di Alessandra Monti su Women in Art (online), in occasione della realizzazione di sette trofei per il festival Women in Art, 24 agosto 2011
Manuela Vallicelli ha presentato in anteprima a Ravenna i sette premi che verranno consegnati ai vincitori dei Concorsi Italia 2011 la sera del 30 settembre. Ferro, legno, vetro, oro i materiali scelti dall’artista, e il bianco come colore dominante, a simboleggiare la purezza del femminile: un’idea che valorizza il “viaggio” più che il “traguardo”.
RAVENNA – Se creare un festival è certamente impresa ardua di questi tempi, ideare e realizzare il trofeo che lo rappresenti non è certo facile.
Il più delle volte richiede un enorme lavoro: dallo studio delle linee guida dell’evento, al reperimento dei materiali che lo rappresentano, dai tentativi spesso a vuoto delle prime realizzazioni, al lungo processo per giungere alla forma definitiva.
La grande novità della III edizione del Festival Women in Art è certamente l’introduzione dei Concorsi Italia (che, ricordiamo, saranno ben sette), dove si misureranno opere di artisti di diversa provenienza.
In più occasioni Silvio Da Rù e Daniela Bestetti hanno sottolineato il senso dietro all’ideazione dei concorsi, motivando la scelta del simbolo del Premio la Vela d’Oro. E se ogni grande festival è rappresentato dal premio che lo contraddistingue (Palma, Leone, Pardo, ecc.), Women in Art, nello spirito dei suoi intenti, ha voluto creare un valore aggiunto: affidare ogni anno a un artista diverso (indifferentemente uomo o donna) la realizzazione del trofeo.
Per questa prima edizione del Premio, la scelta è caduta su Manuela Vallicelli, artista ravennate.
L’abbiamo incontrata in questi giorni per parlarci di questa sua realizzazione.
Com’è successo che una pittrice si sia cimentata con la scultura?
MV: E’ avvenuto molto velocemente. Conosco Silvio e Daniela da lungo tempo. Siamo legati da grande amicizia e stima reciproca.
Un giorno Silvio mi ha chiamato e mi ha chiesto se poteva interessarmi realizzare in esclusiva i trofei per l’edizione 2011 del Festival, ed io ho accettato all’istante con entusiasmo.
Aveva già scolpito in precedenza?
MV: Sì, ed è un’arte che amo molto. Fino ai 28 anni, finita l’accademia, facevo di tutto: scenografia, fotografia, pittura e scultura con materiali di recupero. Poi mi sono resa conto che facevo troppe cose, così mi sono focalizzata sulla pittura.
Quando sarà il momento, però, sento che riprenderò anche la fotografia e la scultura.
Quindi realizzare i premi per WIA 2011 è stato un piacevole intermezzo, una specie di tuffo nel passato?
MV: In un certo senso è stato così, sebbene abbia richiesto un lungo lavoro, per certi versi faticoso.
Ha avuto dei vincoli precisi o ha creato in piena libertà?
MV: Sono stata libera di interpretare la filosofia del Festival. I vincoli erano tematici (nella realizzazione doveva comunque essere riconoscibile la vela) e di budget.
Qual è stata l’idea su cui si è focalizzata la creazione?
MV: Partendo dal nome del premio, ho esaminato la vela sotto diversi punti di vista, soffermandomi in particolare su una delle sue possibili forme: quella triangolare.
Osservando attentamente il triangolo, sono arrivata alla mezzaluna. Mio fratello, che ha seguito la lavorazione dei trofei, sostiene che guardando attentamente il premio si possono ravvisare tre dei quattro elementi principali del nostro pianeta: l’aria (la vela), l’acqua (il semicerchio) e la terra (la sfera dorata).
Sono felice di questa sua affermazione, anche se non era nelle mie intenzioni coscienti, le quali si fermavano al semicerchio come forma per antonomasia dell’orizzonte…
La forma semplice del premio sembra al riparo da ambiguità interpretative…
MV: Ho cercato di lavorare sul senso di leggerezza, come nei miei quadri. Amo la leggerezza e ho cercato di comunicarla attraverso la forma netta e lineare della vela e la scelta del vetro che la caratterizza.
Perché ha scelto il bianco come colore dominante?
MV: Nella nostra cultura il bianco è il colore del femminile, così a livello cromatico il tema centrale del Festival avvolge il simbolo del premio, lo abbraccia.
Ho preferito fare un uso parsimonioso dell’oro, a dispetto del nome del premio, per evidenziare certi dettagli soltanto.
Qual è stata la fase decisiva nella realizzazione?
MV: Forgiare i materiali rispetto all’idea. Sistemare i tre pezzi di ferro, limare il legno e assemblare il tutto è stato anche faticoso fisicamente.
Perché ha deciso di inserire il simbolo di Nuova Scena Antica nella parte alta della vela?
MV: Terminato il trofeo, l’ho guardato a lungo: sentivo che mancava qualcosa. Ho fatto diversi tentativi, però poco convincenti. Infine mi è venuto in mente il simbolo dell’associazione, che è una vela stilizzata in atto di solcare il mare. Ho provato ad inserirlo e mi ha subito convinto: è un segno che sintetizza e sancisce un valore.
L’ultima domanda, invece, è di carattere generale. Qual è la differenza a suo avviso tra una scultura e la realizzazione scultorea di un trofeo?
MV: La scultura è la realizzazione di un’idea soggettiva, la quale mediante la creazione tenta di divenire universale.
Il trofeo, invece, celebra da subito valori oggettivi di riferimento: nel nostro caso l’augurio all’opera vincitrice a al suo autore di intraprendere o continuare il viaggio nel mare dell’incertezza che è ogni cammino nell’arte e nella conoscenza.
2010
“Manuela Vallicelli”, mostra personale presso la Galleria 9 Colonne, Milano, dal 2 al 23 marzo 2010
Testo per il Comunicato Stampa di Luca Scacchi Gracco
Luca Scacchi Gracco
critico d’arte, gallerista e artista.
Manuela Vallicelli crede nel vento, nel fuoco, nella terra e nell’onda.
Riesce a scomporre il cielo, il ghiaccio vince la montagna e il fuoco la taglia. Dall’orizzonte si raggiunge il rovesciamento, rotolamento di foreste e colline. Oltre la sfera di questa realtà l’orizzonte è l’ellittica dell’universo. Gli strati sono il cielo e il mare e quando il cielo e il mare si spostano succede il ribaltamento. Gli elementi si sovrappongono con una dinamica dal passato al futuro. Il fiume è una poesia legata alla primordialità.
In queste grandi solitudini Manuela Vallicelli ha addomesticato il vento, il cielo e le montagne. Lei possiede gli elementi al di là della forma, elementi come l’acqua, il caldo, il freddo, la nebbia e il tempo. La prospettiva non le interessa, la distanza è data dall’aria che dipinge.
Manuela respirando il paesaggio vede gli elementi che precipitano, è un vulcano in eruzione, il tramite tra il sottosuolo e il cielo, tra il passato e il futuro.
Articolo pubblicato sul quotidiano “Il Giorno” (Milano), 19 marzo 2010, p. 6
Manuela Vallicelli, presentata da Luca Scacchi Gracco
Lo spazio Spe/Il Giorno in via Tadino 30 ospita una mostra personale della giovane artista Manuela Vallicelli. Presentata da Luca Scacchi Gracco, personaggio di rilievo nella cultura europea, scopritore di giovani talenti. Manuela Vallicelli dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, comincia ad esporre dal 2004 in spazi pubblici e privati. come scrive Martina Coletti “questa mostra personale, per esigenze di spazio, raccoglie alcune opere di piccolo formato ma l’artista ama dipingere su grandi tele.
Il mondo di questa giovane artista è un mondo di passione, di eventi inarrestabili e inverosimili; si accende di colori che solo la forza della natura, la luce, l’aria possono offrirci. Sono onde, nuvole, cieli infuocati, colate di lava, tramonti, piogge … come percorsi da un inarrestabile fluire degli eventi. Il quadro, anche quello più piccolo, è completo, vive del suo stesso divenire; come Luca Scacchi Gracco spiega:” … succede il ribaltamento”, il mondo si capovolge come cielo e terra, mare e nuvole, sole e fuoco. non sono solo paesaggi queste opere, sono stati d’animo, emozioni che vibrano forti nella pulsione di attimi colti nel loro divenire in spazi immaginari.
2009
Articolo pubblicato nel primo numero della rivista trimestrale online “Nuova Scena Antica”, 7 gennaio 2009
Laura Facchi
scrittrice, giornalista ed editor.
La natura primitiva e selvaggia della Nigeria, il paese dove Manuela Vallicelli ha trascorso la sua infanzia, ha avuto un profondo effetto sia sulla sua sensibilità artistica che poetica. Da questa esperienza ha origine la sua poetica. Una corrispondenza sensoriale che spalanca le porte della percezione e vede paesaggi che sovrastano e incantano. Visioni a volte, luoghi arricchiti dalla mente nei quali ritagliare uno spazio individuale. Si esce dalla temporalità contingente del presente e si entra in una dimensione unica, dove l’uomo sul filo di un’inesauribile tensione emotiva perde il ruolo da protagonista. E’ finalmente nel mondo, partecipe del mondo, si osserva esserci e diventare parte di quello stesso tempo. Un paesaggio fatto d’infinito attuale in una massa terrestre in continua evoluzione geologica, ove il sole, le nubi, gli alberi, le montagne e i fiumi sono puri accidenti qua e là allusi attraverso la combinazione delle tinte, il gioco dei piani, l’alternarsi di luce e ombre, con l’ausilio di pigmenti pittorici e velature ad olio. Non c’è narrazione ma evocazione, giochi di confine tra cielo e terra. Si allarga il campo visivo e il luogo diviene mondo meraviglioso in un contesto nel quale la meraviglia perde accezione di bellezza per diventare solo stupore.
2006
Album dei ricordi
Galleria Pittura Italiana, Milano – mostra dal 29 novembre 2006 al 27 gennaio 2007
Collettiva a cura di Chiara Canali:
Giorgia Beltrami, Daniela Benedetti, Cristiana Depedrini, Anna Madia, Andrea Mariconti, Nicola Samorì, Manuela Vallicelli e Tiziana Vanetti.
Testo dal catalogo di Chiara Canali
critica d’arte, giornalista e curatrice di mostre ed eventi multimediali e Direttrice Artistica del Parma 360 Festival della Creatività Contemporanea.
I ricordi di Manuela Vallicelli si concentrano su paesaggi atmosferici che racchiudono in sé la memoria del trapasso dell’uomo sul pianeta e del suo sentirsi parte di un tutt’uno, natura e cosmo. I colori a volte tenui e slavati, altre accesi e spumeggianti, consentono all’artista di far emergere alcuni elementi essenziali, umani o naturali, pur mantenendo un’omogeneità fluida e continua dello sfondo. Non si danno forme precise nella composizione, ma sono quà e là alluse attraverso la combinazione delle tinte, il gioco dei piani, l’alternarsi di luci e ombre, con l’ausilio di polveri pittoriche.
…………………………………………………….
Take Five
Galleria Obraz, Milano – mostra dal 15 novembre al 22 dicembre 2006
Mostra collettiva a cura di Loris di Falco
Riccardo Gavazzi, Donatella Izzo, J & Peg, Koroo e Manuela Vallicelli.
Testo nel catalogo di Chiara Canali
p. 20 del catalogo Take Five
Chiara Canali
critica d’arte, giornalista e curatrice di mostre ed eventi multimediali e Direttrice Artistica del Parma 360 Festival della Creatività Contemporanea.
La memoria è un fenomeno individuale e psicologico, ma anche sociale e collettivo. Ricordare è un modo per riappropriarsi del tempo, sia da parte degli individui che delle comunità. La prima memoria è stata quella preistorica, incisa su pietra e trasformata in storia. Una prima modalità arcaica che conservava in sé già una componente artistica, l’idea che il ricordo potesse essere tramandato per immagini. La pittura, nel corso del tempo, ha mantenuto e sviluppato questa funzione di memoria, memoria collettiva della condizione umana dagli albori ad oggi, memoria del trapasso dell’uomo sul pianeta e del suo sentirsi parte di un tutto, natura e cosmo. Questa memoria si traspone nella pittura di Manuela Vallicelli. Nel modo in cui stempera e stende il colore. E nel modo in cui lascia penetrare la luce sulla tela. Le sue opere enunciano un paesaggio fatto d’infinito attuale, ove il sole, le nubi, gli alberi, le colline e i fiumi sono puri accidenti in una massa terrestre in continua trasformazione geologica. Il percorso della Vallicelli si potrebbe ricollegare addirittura al naturalismo di William Turner per la materializzazione su tela di una pittura ispirata ai valori atmosferici e per quel gran senso di mutevolezza che si respira. Come nella pittura romantica di Turner, non c’è narrazione, ma evocazione, non c’è racconto, ma affioramento della memoria. I colori sono tenui e diafani, giostrati su tinte ocra e marroni, perché i toni neutri consentono meglio all’artista di far emergere alcuni elementi essenziali, pur mantenendo un’omogeneità fluida e continua dello sfondo. Non si danno forme precise nella composizione, ma sono qua e là alluse attraverso la combinazione delle tinte, il gioco dei piani, l’alternarsi di luce e ombre, con l’ausilio di polveri e pigmenti pittorici. Nella pittura di Manuela Vallicelli si esce dalla temporalità contingente del presente e si entra in una dimensione unica, dove convivono in armonia momenti diversi del passato e dove la “memoria storica” assume un ruolo determinante. Sul filo di un’inesauribile tensione emotiva, mentale e spirituale, la Vallicelli sembra indurre lo spettatore a scavare nella sua “memoria collettiva” per ritrovare stati d’animo o atmosfere passate.